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L’intelligenza artificiale è già materia di legge. Ma noi siamo pronti?

di.esse
11 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Agenda aperta su una pagina bianca con una penna su un tavolo illuminato di sera, simbolo della difficoltà di progettare il futuro e della denatalità

Per qualche anno abbiamo parlato dell’intelligenza artificiale al futuro.

Cambierà il lavoro. Cambierà la scuola. Cambierà le imprese. Nasceranno nuove professioni.

 

Forse è arrivato il momento di cambiare il tempo dei verbi.

L’intelligenza artificiale non “cambierà” le nostre vite: ha già cominciato a farlo.

 

Lo dimostrano gli investimenti, le scelte delle imprese e, ormai, anche le norme.

Il 15 settembre 2026 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo 7 settembre 2026, n. 160, relativo all’adeguamento della normativa nazionale al regolamento europeo sull’intelligenza artificiale per specifici profili riguardanti l'attività di polizia e la responsabilità civile e penale. Il provvedimento è entrato in vigore il 30 settembre 2026.

 

Può sembrare un passaggio per giuristi e addetti ai lavori. In realtà racconta qualcosa di molto più grande: quando una tecnologia entra stabilmente nelle leggi, significa che è già entrata nella società.

E non è l’unico segnale. L’Italia sta investendo nella propria strategia dedicata all’intelligenza artificiale e alle tecnologie quantistiche; l’Unione europea, contemporaneamente, sta costruendo iniziative specifiche per rafforzare formazione e competenze digitali, fino a parlare esplicitamente di un “divario di talenti” nella cybersecurity.

 

Ma investire nella tecnologia è soltanto metà del problema.

L’altra metà siamo noi.

Se cambiano gli strumenti con cui lavoriamo, produciamo, studiamo e comunichiamo, quali competenze dovremo possedere per non limitarci a essere semplici utilizzatori di tecnologie costruite da altri?

 

Abbiamo deciso di parlarne con Gigi Beltrame, giornalista che da anni racconta tecnologia, innovazione e trasformazione digitale.

Beltrame è direttore responsabile di BusinessCommunity.it, conduce il Late Tech Show ed è anche la voce di Techy, progetto attraverso il quale racconta e interpreta l’evoluzione della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, cercando soprattutto di comprenderne l’impatto concreto sulle imprese, sul lavoro e sulle persone.

Ed è proprio questo il punto che ci interessa.

Non chiedergli di prevedere il futuro. Ma provare a capire, insieme a lui, come prepararci a un futuro che, almeno in parte, è già arrivato.



Gigi, partiamo dalla domanda più semplice, ma forse anche dalla più difficile: l’intelligenza artificiale è ancora “il futuro” oppure stiamo continuando a chiamare futuro qualcosa che è già presente?


Bella domanda, e la risposta onesta è: il futuro è già qui, solo distribuito male.

Io uso l'IA ogni giorno per scrivere, programmare, ragionare su problemi complessi, e l'entusiasmo è genuino: strumenti come questi stanno già cambiando come lavoro e penso. Quindi no, non è fantascienza lontana, ma è infrastruttura quotidiana per milioni di persone.

Ma continuare a chiamarla "futuro" serve anche a uno scopo meno innocente: ci permette di rimandare le domande scomode. Chi controlla questi sistemi? Che impatto hanno su lavoro, disinformazione, concentrazione di potere? Se è "futuro", possiamo sempre dire "ci penseremo poi".

La verità scomoda è che l'IA è già abbastanza presente da aver bisogno di regole, responsabilità e pensiero critico ora, non domani. L'entusiasmo tecnico non dovrebbe mai spegnere la vigilanza etica e anzi, dovrebbero camminare insieme.


L’Italia sta regolando l’AI e investendo su queste tecnologie, mentre l’Europa parla apertamente della necessità di colmare il divario di competenze digitali e di cybersecurity. Secondo te oggi il vero rischio è tecnologico oppure è quello di non avere abbastanza persone preparate per utilizzare e governare queste tecnologie?


Qui il rischio vero non è l'algoritmo, è la mancanza di conoscenza. Ne sono convinto profondamente: puoi avere i modelli più avanzati del mondo, ma se chi li usa, e soprattutto chi li regola, non capisce davvero come funzionano, il risultato è disastroso.

L'Italia e l'Europa stanno facendo bene a parlare di regole, ma le regole scritte da chi non capisce la tecnologia spesso sono o troppo restrittive o completamente inefficaci, tanto che dall’AI Act è nato Omnibus... Ho visto normative ben intenzionate diventare inapplicabili perché scritte senza competenza tecnica reale.

Il problema è doppio: mancano sviluppatori e esperti di cybersecurity, ma mancano anche funzionari pubblici, giudici, insegnanti che capiscano abbastanza l'AI da usarla criticamente e governarla saggiamente.

Investire in infrastrutture senza investire parallelamente in formazione massiccia è come comprare auto sportive senza patenti. L'Europa rischia di restare indietro non per mancanza di tecnologia, ma per mancanza di capitale umano preparato a gestirla responsabilmente. È una corsa contro il tempo, e la stiamo correndo troppo lentamente.Ma una speranza c’è: l’AI generativa è la prima tecnologia digitale che è capace di auto-spiegarsi, che aiuta a comprendersi. Questo è un vantaggio rispetto a imparare a memoria menu a tendine e combinazioni di tasti: non è mai troppo tardi per imparare e si apprende piuttosto facilmente perché si tratta di instaurare un dialogo.


Pensiamo a due persone molto diverse: un ragazzo di 18 anni che oggi deve scegliere cosa studiare e un lavoratore di 45 o 50 anni che vede cambiare il proprio mestiere. Quali competenze consiglieresti a entrambi di cominciare a costruire oggi?


Al diciottenne dico: studia il pensiero critico, non solo tecnologia. Impara a fare domande giuste, non solo a programmare, i tool cambiano, la capacità di ragionare no. Scegli discipline dove umano e macchina si completano, non competono.

Al cinquantenne dico: la tua esperienza vale più di quanto pensi. Non devi diventare programmatore, devi imparare a collaborare con l'AI nel tuo settore specifico. L'alfabetizzazione digitale pratica, non teorica.

Per entrambi vale una cosa: adattabilità e curiosità battono qualsiasi competenza tecnica specifica che oggi sembra sicura, ma domani potrebbe essere obsoleta.


Ti faccio infine una domanda volutamente provocatoria. Fra qualche anno sarà più penalizzato chi non saprà usare l’intelligenza artificiale oppure chi saprà utilizzarla tecnicamente ma non avrà sviluppato cultura, capacità critica, creatività e competenze umane?


Sarà penalizzato chi avrà solo competenze tecniche vuote, senza dubbio. L'AI sta democratizzando l'uso tecnico, tra qualche anno sapere scrivere prompt bene, per fare un esempio “pop”, varrà come saper usare Excel oggi: utile, ma non distintivo.

Quello che non si democratizza è il pensiero critico, che significa avere la capacità di valutare se una risposta dell'AI ha senso, di porre domande originali, di avere contesto culturale per giudicare qualità e verità. Chi usa l'AI senza cultura propria diventa un amplificatore di mediocrità, non di intelligenza. E porta alla standardizzazione, che è l’opposto dell’unicità.

Il vero rischio futuro non è l'analfabetismo digitale, ma l'atrofia del giudizio umano. Useremo strumenti potentissimi per produrre contenuti vuoti se non coltiviamo parallelamente profondità, creatività autentica e capacità di discernimento. La tecnica senza cultura è un'auto veloce senza strada.

 

 

Forse è proprio da quest’ultima domanda che dovremmo ripartire quando parliamo di orientamento.

Perché davanti a una trasformazione così veloce la risposta non può essere semplicemente: “scegli una laurea sull’intelligenza artificiale”.

Informatica, matematica, algoritmi, dati, reti e sicurezza informatica avranno certamente un peso crescente. Ma conteranno anche la capacità di comprendere un problema, formulare le domande giuste, verificare una risposta, lavorare con gli altri e continuare ad apprendere.

Orientare, allora, significa qualcosa di diverso dal tentare di indovinare quale sarà “il lavoro del futuro”.

Significa aiutare una persona a costruire oggi le competenze che le permetteranno di affrontare anche lavori che ancora non conosciamo.

Ed è probabilmente questa una delle sfide più interessanti che l’intelligenza artificiale sta mettendo davanti alla scuola, all’università, alle imprese e a ciascuno di noi.






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