Intervista – Social, adolescenti e cultura digitale
- di.esse
- 16 lug
- Tempo di lettura: 6 min

Domande e risposte: navigare la complessità del digitale
💬 1. Nel Regno Unito è stato annunciato il divieto di acesso ai social per gli under 16. Il problema sono davvero i social o il modo in cui li utilizziamo?
La domanda non può essere ridotta a un aut-aut. I social non sono semplicemente strumenti neutri: sono ambienti progettati per trattenere l’attenzione, raccogliere dati, suggerire contenuti e trasformare le interazioni in valore economico. Per questo non possiamo attribuire tutta la responsabilità ai ragazzi e al loro modo di usarli.
Allo stesso tempo, un divieto, da solo, non risolve il problema. Può offrire una soglia di protezione e mandare un segnale culturale importante, ma non sostituisce l’educazione.
I giovani continueranno a vivere in un ecosistema digitale fatto di algoritmi, intelligenza artificiale, piattaforme e relazioni online.
La questione decisiva è allora un’altra: aiutare ragazzi, famiglie e scuola a comprendere ciò che accade dietro lo schermo. Non basta dire “stai meno sui social”; occorre insegnare a riconoscere i meccanismi della persuasione, della dipendenza da approvazione, della profilazione e della disinformazione. La protezione senza consapevolezza rischia di essere solo una pausa. La consapevolezza, invece, può diventare competenza e libertà.
📚 Fonte di approfondimento: Gov.uk - Social media to be banned for under 16s
2. Molti ragazzi passano ore online ogni giorno. Che cosa stanno cercando davvero: informazioni, relazioni, approvazione o identità?
Probabilmente tutte queste cose insieme. Ridurre la presenza online dei ragazzi a una semplice dipendenza o a una perdita di tempo sarebbe un errore. Per molti adolescenti, la rete è uno spazio nel quale informarsi, intrattenersi, trovare persone simili a sé, sperimentare linguaggi, passioni e appartenenze.
Ma è anche il luogo in cui si costruisce una parte rilevante della propria identità. Nell’adolescenza la domanda non è soltanto “chi sono?”, ma anche “come mi vedono gli altri?”. I social rendono questa domanda continua, pubblica e misurabile: like, visualizzazioni, commenti, follower. Il rischio è che il valore personale venga confuso con la visibilità ottenuta.
Un ragazzo che pubblica, osserva, cancella, confronta il proprio corpo o la propria vita con quella degli altri non sta necessariamente cercando attenzione in modo superficiale. Spesso sta cercando riconoscimento. E il riconoscimento è un bisogno umano profondo. Il compito degli adulti non è ridicolizzare questo bisogno, ma aiutare i ragazzi a non consegnare la propria autostima ai numeri di una piattaforma.
📚 Fonte di approfondimento: APA - Health advisory on adolescent social media use
💬 3. I social aiutano i giovani a scoprire nuove opportunità oppure rischiano di rinchiuderli in una bolla costruita dagli algoritmi?
Entrambe le cose sono vere. I social possono essere strumenti straordinari di scoperta: permettono di conoscere professioni, passioni, percorsi formativi, linguaggi creativi e comunità che magari non si incontrerebbero nel proprio contesto quotidiano. Per alcuni ragazzi possono persino rappresentare un primo spazio di espressione, di confronto o di orientamento.
Il problema è che questa scoperta non avviene in uno spazio neutrale. Gli algoritmi non mostrano semplicemente ciò che è interessante o utile: selezionano ciò che ha maggiore probabilità di catturare attenzione e prolungare la permanenza sulla piattaforma. Così, ciò che inizialmente ci incuriosisce può trasformarsi rapidamente in una bolla: vediamo sempre più contenuti simili, più estremi o più emotivamente coinvolgenti.
Per questo la vera competenza oggi è imparare a uscire dalla propria bolla. Cercare fonti diverse, seguire persone con punti di vista differenti, verificare ciò che si vede, non scambiare il contenuto più virale per il contenuto più vero. Educare al digitale significa anche educare alla complessità.
📚 Fonte di approfondimento: European Commission - Digital Services Act guidelines
💬 4. Oggi molti ragazzi scoprono professioni, università e stili di vita attraverso TikTok e Instagram. Quanto questo influenza le loro scelte future?
Influisce molto, perché oggi l’orientamento non passa più soltanto dalla scuola, dalla famiglia o dai tradizionali contesti informativi. Un video di pochi secondi può rendere desiderabile una professione, un’università, una città o uno stile di vita. Questo può essere positivo: alcuni ragazzi scoprono possibilità che non avrebbero mai incontrato attraverso i canali tradizionali.
Tuttavia, il rischio è confondere una rappresentazione efficace con la realtà. Sui social il lavoro viene spesso raccontato nella sua parte più affascinante, estetica e semplificata. Si vedono il risultato, il successo, la libertà apparente; molto meno la formazione necessaria, le difficoltà, la precarietà, la fatica e le competenze richieste.
Per questo TikTok e Instagram possono essere un buon punto di partenza, ma non dovrebbero mai diventare il punto di arrivo. Un ragazzo dovrebbe usare quei contenuti per farsi domande, non per ricevere risposte definitive. La scelta futura richiede confronto con esperienze concrete, docenti, professionisti, percorsi di studio e soprattutto una conoscenza più autentica di sé.
📚 Fonte di approfondimento: OECD - Digital technologies in career guidance for youth
💬 5. Se potessi dare un solo consiglio a un ragazzo di 16 anni che vive immerso nei social, quale sarebbe?
Non lasciare che un algoritmo decida chi sei, cosa desideri e quanto vali.
I social possono essere utili, divertenti e perfino formativi, ma funzionano bene solo quando restano strumenti nelle tue mani. Il problema comincia quando diventano uno specchio dal quale dipende il tuo umore, la tua autostima o il modo in cui immagini il tuo futuro.
Impara a chiederti: perché mi viene proposto questo contenuto? Che cosa mi sta facendo provare? Mi sta informando, mi sta ispirando o mi sta solo trattenendo dentro l’app?
La vera libertà digitale non significa sparire dalla rete. Significa poterla abitare senza farsi guidare passivamente da ciò che altri hanno progettato per catturare la nostra attenzione. Usa i social per cercare, creare, imparare e condividere. Ma conserva sempre uno spazio della tua vita in cui non devi dimostrare niente a nessuno.
📚 Fonte di approfondimento: European Commission - Guidelines on the protection of minors

Presentazione dell'Ospite
Crismer La Pignola è consulente informatico, sviluppatore software, formatore e divulgatore sui temi della cultura digitale, dell’educazione ai media e dell’intelligenza artificiale. Da anni lavora con studenti, docenti, genitori e professionisti dell’educazione, promuovendo un approccio consapevole, critico e umano alle tecnologie digitali.
Nei suoi interventi affronta il rapporto tra adolescenti, social network, algoritmi, identità online e nuove forme della comunicazione, con l’obiettivo di trasformare l’uso passivo degli strumenti digitali in capacità di comprensione, scelta e partecipazione. È autore, speaker e creatore di contenuti dedicati alla cittadinanza digitale, alla scuola e alle sfide educative poste dall’intelligenza artificiale.
📘 Bullismo? No, grazie!
È coautore, insieme a Tina Chiariello, di Bullismo? No, grazie!, guida dedicata alla prevenzione e alla gestione di bullismo e cyberbullismo, rivolta a genitori, docenti, educatori e ragazzi. Pubblicato nel 2019 da Youcanprint e aggiornato nell’ottobre 2023, il volume propone strumenti pratici e indicazioni operative per affrontare il fenomeno nella scuola, in famiglia e nei contesti digitali.
📘 Manuale Operativo "Pre-Occuparci"
Ha inoltre collaborato al Manuale Operativo di prevenzione al Bullismo “Pre-Occuparci”, curato nell’ambito dell’Associazione Pre-Occuparci ODV. Nel volume si è occupato del contributo dedicato all’educazione all’uso consapevole di Internet e delle tecnologie digitali, inserito in un percorso interdisciplinare che integra prospettive educative, psicologiche, giuridiche e scolastiche.
📘 Saggio: Connessioni senza confini. Nuove sfide educative e sviluppo di competenze
In un mondo in cui il digitale permea ogni aspetto della nostra quotidianità, comprendere l'impatto delle tecnologie sull'essere umano diventa una necessità imprescindibile.
Questo libro si propone di esplorare i modi in cui l'innovazione tecnologica ha trasformato la vita personale, professionale e sociale, con uno sguardo critico ma equilibrato.
Il viaggio parte dall'analisi di come i social network e le grandi piattaforme digitali, come Google e Facebook, abbiano costruito un'economia basata sul controllo dei dati personali.
Attraverso il concetto di capitalismo della sorveglianza, elaborato dalla professoressa Shoshana Zuboff, viene svelato come l'experience umana sia diventata una risorsa da sfruttare per il profitto, in un modello che sfida non solo la privacy, ma anche i principi etici.
Parallelamente, il libro si sofferma sull'impatto del digitale sull'apprendimento e sulla comunicazione. Viene illustrato come l’era dell’informazione abbia aperto opportunità straordinarie per l'educazione, ma anche introdotto nuove sfide, tra cui il cyberbullismo e la gestione del tempo online. Particolare attenzione è dedicata al ruolo degli educatori, chiamati non solo a integrare strumenti digitali nella didattica, ma anche a promuoverne un uso consapevole e critico.
Non mancano riflessioni sull’equilibrio tra vita personale e professionale nell'era della connessione costante, analizzando come le piattaforme di messaggistica e i social abbiano semplificato la comunicazione, ma reso i confini tra pubblico e privato sempre più labili.
Un aspetto particolarmente affascinante è l’approfondimento sull’intelligenza artificiale e il suo rapporto con la coscienza umana. L’autore esplora se e come l’IA possa rappresentare un'estensione delle capacità umane o, al contrario, un rischio per la nostra autonomia e identità.
Il libro si arricchisce inoltre di contributi diretti: esperienze vissute da insegnanti e riflessioni di esperti che offrono uno spaccato autentico sull'impatto del digitale nelle loro vite. In particolare, ritroviamo testimonianze di studenti che esprimono, in modo spontaneo e autentico, il loro parere su come dovrebbe essere la Scuola.
Attraverso un linguaggio chiaro e accessibile, l’autore invita il lettore a interrogarsi sul proprio rapporto con la tecnologia, senza demonizzarla, ma ponendo le basi per un uso più consapevole e costruttivo.
Questo saggio è un invito al dialogo, una guida per navigare nel complesso intreccio tra innovazione e umanità, per comprendere come possiamo vivere il digitale senza perdere ciò che ci rende profondamente umani.




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