La regola dei 5 anni: un altro modo di pensare il futuro
- di.esse
- 17 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min

Non si tratta di mettere in discussione l’innovazione, l’imprenditorialità o il valore delle startup.
Si tratta piuttosto di fermarsi su una domanda più profonda: che tipo di futuro stiamo raccontando ai nostri ragazzi e a chi è davvero sostenibile?
Negli ultimi anni il futuro viene spesso raccontato con un lessico preciso: velocità, autonomia, intraprendenza, visione.
Un racconto adulto, rassicurante per chi lo costruisce, molto meno per chi dovrebbe incarnarlo.
Sembra esistere un solo modo legittimo di riuscire:
essere brillanti, performanti, pronti a trasformare ogni idea in progetto, possibilmente in poco tempo.
Nel lavoro quotidiano di orientamento vediamo però l’altra faccia di questa narrazione: studenti competenti che si sentono inadeguati, giovani intelligenti convinti di essere “in ritardo”, adulti che vorrebbero cambiare strada ma si sentono fuori tempo massimo.
Non perché manchi il talento, ma perché il modello proposto non tiene conto delle persone reali.
Il futuro non è una startup, non è una slide, non è una traiettoria uguale per tutti.
È un percorso irregolare, fatto di tentativi, rallentamenti, ripartenze. Ed è soprattutto diverso per ciascuno, in base al carattere, al contesto, al momento di vita.
Orientare non significa indirizzare verso ciò che “funziona” sul mercato, ma aiutare a capire cosa una persona può sostenere davvero nel tempo.
In DI.ESSE utilizziamo spesso un esercizio molto semplice, che funziona a qualsiasi età.
Chiediamo alle persone di prendere la data di oggi e spostarsi mentalmente esattamente di cinque anni in avanti.
Cinque anni non spaventano.
Non sono un tempo troppo lontano, non sono un orizzonte irraggiungibile. Hanno la distanza giusta per ragionare con calma, senza la fretta del “subito”, ma restano abbastanza concreti da non diventare astratti.
In quei cinque anni deve succedere qualcosa che modifichi la situazione attuale e aumenti le competenze.
Può essere:
un percorso di studio,
un’esperienza lavorativa,
o entrambe le cose insieme.
Una laurea, un master, una certificazione, un cambio di ruolo, un cambio di settore. Non importa il punto di partenza. Conta che il percorso sia intenzionale.
Cinque anni permettono anche di sbagliare
Cinque anni permettono passi falsi, deviazioni, ripensamenti.
Il futuro non nasce mai da una scelta unica e definitiva, ma da una sequenza di tentativi che, nel tempo, costruiscono competenza e consapevolezza.
Chi legge gli articoli di questi blog, sa come la pensiamo.
Orientare non significa dire cosa scegliere. Significa aiutare a immaginare un prima e un dopo,e a costruire il ponte che li collega.
In DI.ESSE lavoriamo esattamente su questo: non sul futuro ideale, ma su quello possibile.Per chi studia, per chi lavora, per chi vuole cambiare direzione. A qualsiasi età.
Il futuro non si indovina.
Si costruisce, un passo alla volta, con il tempo giusto.
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