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Gli adolescenti che parlano all’AI: la solitudine che non vediamo

  • di.esse
  • 26 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 15 apr


Parlano con una chatbot quando si sentono soli, quando hanno paura di deludere qualcuno, quando vivono un’ansia che non sanno nominare.

È un’immagine potente ma triste allo stesso tempo: un ragazzo nella sua stanza, luci spente, un computer acceso. Dall’altra parte non c’è un amico, non c’è un genitore, non c’è un insegnante. C’è un algoritmo.

Prima di giudicare, dovremmo chiederci cosa spinge un giovane a farlo. Perché non è la tecnologia ad aver cambiato tutto: è lo spazio vuoto intorno a loro.


Quando lo spazio era pieno

Un tempo, quando non c’erano social né telefonini, quello spazio era pieno. Si usciva di casa per cercare la piazza, il muretto, il parco, senza avvisare nessuno, sapendo che gli altri sarebbero arrivati.

Lì si parlava, si sbagliava, si litigava, ci si confidava. Ci si guardava negli occhi. Anche il più timido faceva esperienza del mondo, perché non esisteva alternativa.

Il gruppo era reale, non digitale: fatto di corpi, voci, respiri e silenzi imbarazzati che diventavano amicizie.


Più connessione, più solitudine

Oggi abbiamo infinite forme di connessione, ma pochissimi luoghi di incontro. Ed è paradossale: più possibilità abbiamo di sentirci in contatto, più rischiamo di sentirci soli.

In una società che chiede performance e immediatezza, i ragazzi temono di essere di troppo, di dire la cosa sbagliata, di non essere abbastanza.

Per questo scelgono un rifugio che non giudica, che risponde sempre, che sembra capire. L’AI diventa uno specchio senza conseguenze, ma anche senza calore.


La domanda giusta

La domanda vera non è: “Perché i ragazzi parlano all’AI?”.La domanda è: “A chi potrebbero parlare, se non la avessero?”


L’orientamento come relazione

Ed è qui che entra il tema dell’orientamento, non come servizio tecnico, ma come relazione.

Un orientatore non aiuta solo a scegliere una scuola: aiuta a dare un nome alle paure, a ritrovare un senso, a immaginare un futuro possibile. Fa quello che una piazza o un muretto facevano per noi: crea uno spazio di presenza, fiducia e dialogo.


Il ruolo di DI.ESSE

DI.ESSE nasce esattamente qui: nel tentativo di restituire ai ragazzi un luogo umano in un mondo veloce.

Non è uno sportello, ma un posto dove si può entrare anche solo per fare ordine tra tante idee. Un posto dove essere ascoltati e non “processati”.

Si parla di studio, ma anche di vita, aspettative e fragilità. L’orientamento non è un modulo, ma una relazione che accompagna.


Tecnologia vs presenza

La tecnologia può aiutare, ma non può sostituire uno sguardo che accoglie.

I ragazzi non hanno paura dell’AI. Hanno paura di essere soli.

La nostra responsabilità — come genitori, insegnanti ed educatori — è tornare a occupare quello spazio che un tempo riempivano piazze e muretti: lo spazio dell’incontro, della parola e del tempo condiviso.


La vera rivoluzione

In un mondo pieno di schermi, la vera rivoluzione è tornare a esserci davvero.

Perché un algoritmo risponde.Una persona resta.


Un invito

Se senti che a tuo figlio, a tua figlia — o anche a te stesso — manca un posto così, vieni a trovarci.

A Genova o a Trecate, da DI.ESSE c’è sempre un luogo dove sedersi e parlare, senza fretta e senza giudizio. Con qualcuno che ascolta davvero.


Nota immagini

Le immagini, le illustrazioni e i contenuti multimediali presenti in questo articolo sono utilizzati nel rispetto della Licenza Standard Shutterstock, in virtù dell’abbonamento annuale multi-risorsa con download illimitati sottoscritto dal Founder di Di.Esse srls.

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