La denatalità comincia molto prima della nascita di un figlio

Si parla tanto di denatalità. Se ne parla nei convegni, sui giornali, nei programmi televisivi. Si mostrano grafici, si confrontano percentuali e si contano i bambini che non sono nati. Poi si cercano le cause e, quasi sempre, si arriva alla stessa frase: nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra figli e lavoro.
È vero. Ma forse il problema comincia ancora prima.
La Vita Reale dietro i Dati
A volte la denatalità comincia in una cucina, alle undici di sera. Sul tavolo ci sono due tazze, una bolletta ancora chiusa e un telefono sul quale è appena arrivata una mail. Il contratto verrà rinnovato per altri sei mesi.
“E dopo?”, domanda uno dei due.
L’altro non risponde. Guarda la bolletta, poi la mail, poi il resto della stanza.
Il figlio lo vorrebbero. Ne hanno parlato diverse volte. Ma ogni volta hanno deciso di aspettare ancora un po’. Prima un lavoro più stabile. Prima una casa diversa. Prima capire dove saranno l’anno prossimo.
Il futuro, per adesso, è rimasto lì, seduto al tavolo con loro.
Le statistiche non raccontano questa scena. Dicono quanti bambini non sono nati, ma non possono dire quante volte qualcuno ha pensato: non ancora. Non possono misurare il peso di un contratto in scadenza, di uno stipendio che basta appena o della paura di perdere professionalmente tutto ciò che si è costruito.
Non possono raccontare una donna che teme di dover scegliere tra maternità e carriera. Un uomo che vorrebbe essere un padre presente, ma lavora in un’azienda nella quale chiedere un congedo viene ancora guardato con sospetto. Una coppia che desidera un figlio, ma non riesce a immaginare come far stare tutto dentro la stessa vita.
E non raccontano neppure chi un lavoro deve ancora riuscire a costruirselo.
La Scomparsa della Progettualità
Ci sono giovani che terminano gli studi senza sapere quale direzione prendere. Persone che passano da un’occupazione all’altra senza riuscire a consolidare una professionalità. Adulti che vorrebbero acquisire nuove competenze, cambiare strada o migliorare la propria posizione, ma non possono smettere di lavorare per tornare a studiare.
In queste condizioni, avere un figlio non è soltanto un desiderio. Diventa una domanda.
Possiamo permettercelo?
Riusciremo a conciliare tutto?
Che cosa accadrà al lavoro?
E se perdessimo quello che abbiamo costruito?
Forse uno degli aspetti meno raccontati della denatalità è proprio questo: la perdita della possibilità di progettare.
Mettere al mondo un figlio è un atto di fiducia nel futuro. Nessuna generazione ha mai avuto tutte le certezze. Ma per andare avanti serve almeno la sensazione che una strada esista, anche se non la si vede ancora tutta.
Quando questa sensazione viene meno, le decisioni vengono rimandate. Prima bisogna terminare gli studi. Poi trovare un lavoro. Poi renderlo stabile. Poi trovare una casa. Poi capire se sarà possibile mantenere tutto.
E intanto il tempo passa.
Non perché le persone siano diventate più egoiste o meno disposte ad assumersi responsabilità. A volte rinunciano proprio perché quella responsabilità la sentono troppo bene.
Dire alle persone che dovrebbero fare più figli, senza intervenire sulle condizioni nelle quali quella scelta deve essere compiuta, rischia quindi di essere inutile. Forse anche ingiusto.
La conciliazione tra lavoro e famiglia non comincia con la nascita di un bambino. Comincia molto prima.
Comincia quando un ragazzo deve scegliere un percorso universitario senza conoscere davvero le opportunità che potrà offrirgli. Quando una lavoratrice vuole continuare a formarsi, ma trova soltanto corsi incompatibili con i suoi orari e con gli impegni familiari. Quando un padre teme che dedicare tempo a suo figlio possa renderlo meno affidabile agli occhi dell’azienda. Quando studiare, lavorare, crescere professionalmente e prendersi cura di qualcuno vengono presentati come strade alternative.
Ma la vita non procede in fila ordinata.
Non siamo prima studenti, poi lavoratori e infine, quando tutto sarà sistemato, persone con affetti, desideri e responsabilità. Le diverse parti della vita arrivano insieme. Si sovrappongono. A volte fanno confusione.
È dentro questa confusione che dobbiamo imparare a costruire possibilità.

Il Ruolo dell'Orientamento
Anche l’orientamento dovrebbe servire a questo. Non soltanto a scegliere una scuola, un’università o un corso di formazione, ma ad aiutare una persona a capire dove si trova, quali risorse possiede e quale strada può percorrere partendo dalla propria situazione reale.
Orientare significa evitare scelte fatte per abitudine, per pressione o perché non si conoscono altre possibilità. Significa trovare percorsi compatibili con il lavoro, con la famiglia, con il tempo disponibile e con la vita che si desidera costruire.
Un buon orientamento non risolve la denatalità. Sarebbe presuntuoso affermarlo.
Può però ridurre una parte dell’incertezza che impedisce alle persone di progettare. Può aiutare un giovane a non perdere anni lungo una strada che non gli appartiene. Può permettere a un adulto di tornare a studiare senza abbandonare il lavoro. Può offrire a una madre o a un padre l’opportunità di acquisire nuove competenze senza rinunciare alla propria famiglia.
Può restituire un po’ di spazio alla scelta.
L'Appello di DI.ESSE
È anche da questa convinzione che nasce il lavoro di DI.ESSE.
Non vogliamo limitarci a proporre un corso di laurea, una certificazione o una singola attività formativa. Vogliamo mettere in relazione persone, competenze e possibilità. Ascoltare prima di indicare una strada. Costruire percorsi che tengano conto della vita reale, non di una vita immaginaria nella quale nessuno lavora, nessuno ha figli e tutti dispongono di tempo infinito.
Abbiamo definito DI.ESSE un incubatore di opportunità. Incubare, in fondo, significa creare le condizioni perché qualcosa possa nascere, crescere e diventare autonomo.
Ma questo percorso non possiamo portarlo avanti da soli.
Per questo vogliamo rivolgere un appello alle aziende, cominciando da quelle dei nostri territori.
Incontriamoci. Proviamo a costruire insieme nuove possibilità per le persone che lavorano.
Non chiediamo semplicemente di sostenere un’iniziativa. Chiediamo di condividerne la direzione: considerare la formazione non come una minaccia o come il primo passo verso l’uscita di un dipendente, ma come un investimento sulla persona e, di conseguenza, sull’organizzazione.
Possiamo ascoltare i bisogni delle imprese e quelli dei lavoratori. Possiamo progettare percorsi di orientamento, formazione e sviluppo delle competenze compatibili con il lavoro e con la vita familiare. Possiamo cercare quel punto, non sempre facile da trovare, nel quale riescano a crescere insieme le persone e le aziende.
Un’impresa che permette ai propri collaboratori di formarsi, di diventare genitori e di continuare a immaginare il proprio futuro non sta soltanto concedendo un beneficio. Sta costruendo fiducia, appartenenza e valore.
La responsabilità di costruire il futuro
DI.ESSE vuole incontrare le aziende che sentono questa responsabilità e desiderano camminare con noi.
Non abbiamo la pretesa di risolvere un fenomeno complesso come la denatalità. Possiamo però contribuire a costruire una società nella quale studiare, lavorare, crescere professionalmente e avere una famiglia non significhi essere costretti ogni volta a scegliere a che cosa rinunciare.
Quella coppia è ancora seduta al tavolo. La bolletta è sempre lì. Il contratto dura ancora sei mesi.
Non possiamo promettere che tutto andrà bene.
Possiamo però lavorare perché, quando torneranno a parlare del loro futuro, la paura non sia l’unica voce nella stanza.
Forse la denatalità non si affronta dicendo alle persone che devono fare figli. Si affronta costruendo un Paese nel quale possano ancora immaginare di averne. E questa responsabilità appartiene a tutti noi.
Sei un’azienda del territorio o una persona in cerca della tua strada?
Mettiamoci in contatto per progettare percorsi di formazione e orientamento che rispettano la vita reale.




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