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OLTRE LA TESI | Il potere del gioco e della gamification: l'esperienza di Erika Zunino

di.esse
11 minuti fa
Tempo di lettura: 4 min


Le idee raccontate da chi le ha fatte nascere

In questo capitolo di “Oltre la tesi” conosciamo Erika Zunino, neolaureata in Scienze psicologiche delle risorse umane, delle organizzazioni e delle imprese (L24), che ha dedicato il suo elaborato al potere del gioco e alle applicazioni della gamification nelle varie fasi della vita.

Dietro ogni tesi c’è molto di più di un traguardo accademico: ci sono domande, curiosità, dubbi e tantissime ore di studio. Abbiamo chiesto ad Erika di raccontarci la sua ricerca attraverso 5 domande.


Da dove è nata l’idea della tua tesi?

Stavo studiando per l’esame di sociologia generale quando mi sono imbattuta in una domanda nel forum del corso incentrata proprio sull’analisi del gioco e dei suoi benefici. Mi si è aperto un mondo: ho scoperto un tema ricco di sfaccettature, rendendomi conto di quanto la dimensione ludica sia fondamentale in ogni fase della vita.

Ho persino iniziato a immaginare la struttura di un sito diviso in tre sezioni: idee di gioco per l’educazione, per i contesti lavorativi e per la terza età. Vedevo così chiaramente quell’idea prendere forma che ho deciso di farne il cuore della mia ricerca e, perché no, un pilastro su cui concentrarmi nel mio futuro percorso nelle risorse umane.


Se dovessi spiegarla a chi non conosce l’argomento, come lo faresti in un minuto?

La mia ricerca nasce da un’idea semplice: siamo abituati a pensare al gioco come a un’attività da bambini o a un semplice passatempo per distrarsi, ma in realtà è una struttura fondamentale dell’essere umano a tutte le età, capace di soddisfare bisogni psicologici profondi come l’autonomia, il senso di competenza e la relazione con gli altri.

Ho analizzato come l'uso del gioco e delle sue dinamiche possa diventare una leva potente nel corso di tutta la vita:

·       Nel mondo del lavoro: per migliorare la collaborazione, l’apprendimento e la motivazione senza cadere nella competizione esasperata.

·       Nella terza età: come strumento attivo di stimolazione cognitiva, inclusione e benessere psicofisico.

In sintesi, dimostro che il gioco non è la rinuncia alla serietà, ma un linguaggio universale per continuare a crescere, apprendere e connetterci in ogni fase dell’esistenza.


Qual è stata la scoperta o la riflessione che ti ha colpito di più durante la ricerca?

La riflessione che mi ha colpito di più riguarda il doppio volto del gioco quando entra nei contesti seri come il lavoro.

Da un lato, applicare le dinamiche ludiche (feedback immediati, sfide e cooperazione) ha un potenziale straordinario perché crea lo stato di assorbimento totale, stimola la motivazione intrinseca e riduce la paura di sbagliare, trasformando l’errore in un’opportunità di apprendimento.

Dall’altro lato emerge un forte tema etico: se queste dinamiche vengono ridotte a una semplice corsa ai punti o usate dall’alto solo per aumentare la produttività, rischiano di snaturarsi e diventare un sottile strumento di controllo. La vera scoperta per me è stata capire che il gioco funziona ed è un vero fattore di benessere solo se rispetta l’autonomia della persona e ne mette al centro la dignità.


Cosa ti ha lasciato questo percorso, oltre alla laurea?

Oltre al traguardo formale, questo percorso mi ha lasciato una profonda flessibilità mentale e una nuova consapevolezza metodologica. Ho imparato a guardare ai processi psicologici e organizzativi da un punto di vista integrato, unendo la teoria all’impatto pratico sulle persone reali, dai giovani lavoratori agli anziani.

Soprattutto, mi ha lasciato la convinzione che nei contesti aziendali, formativi e sociali non servano solo regole e metriche rigide, ma spazi protetti in cui le persone possano sperimentare, mettersi in gioco e sbagliare senza timore. Mi porta ad affrontare il futuro professionale con l’idea che la motivazione autentica e il benessere nascano sempre da ambienti capaci di valorizzare l’autonomia e la crescita individuale.


La domanda DI.ESSE

Se dovessi convincere una persona che i videogiochi non sono solo una perdita di tempo, quale sarebbe il tuo argomento forte?

Il gioco non è una semplice evasione, ma una struttura portante dell’esistenza umana capace di manifestare la nostra libertà e creatività. Attraverso il videogioco si accede a uno spazio potenziale protetto in cui sperimentare nuove identità, esercitare l’autonomia e mettere alla prova le proprie scelte senza la paura del giudizio esterno.

Questa dimensione si rivela una vera e propria palestra emotiva che ridefinisce il concetto di fallimento: il "Game Over" cessa di essere una condanna e diventa un invito a riprovare, alimentando una mentalità dinamica e sviluppando una forte resilienza trasferibile nella quotidianità. Inoltre, bilanciando perfettamente sfide e competenze, il videogioco favorisce lo stato di Flow e risponde ai bisogni psicologici fondamentali di autonomia, padronanza e connessione sociale.

Grazie Erika per aver condiviso con noi la tua ricerca.

💡 La frase che ci portiamo a casa:

"Il Game Over smette di essere una condanna e diventa un invito a riprovare."

💬 Ora la parola passa a voi lettori

Erika ci ha raccontato la sua prospettiva, ora vorremmo ascoltare la vostra: che cosa vi ha lasciato questa intervista?

Scrivetelo nei commenti qui sotto! Le riflessioni più interessanti contribuiranno ad arricchire la conversazione di questo capitolo di “Oltre la tesi”.


Note editoriali: Le interviste di "Oltre la tesi" hanno lo scopo di divulgare, con un linguaggio accessibile, i temi affrontati nelle tesi di laurea dei loro autori. Le opinioni espresse appartengono agli intervistati e riflettono il loro percorso di studio e di ricerca. I contenuti hanno finalità esclusivamente divulgative e non sostituiscono il parere di professionisti qualificati quando richiesto dalla natura dell'argomento trattato.

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