Perché continuiamo ad avere bisogno di Ulisse?
- di.esse
- 34 minuti fa
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C'è qualcosa di straordinario nel fatto che una storia scritta quasi tremila anni fa continua a tornare.
Ogni epoca ha avuto il suo Ulisse. Ogni generazione ha sentito il bisogno di raccontarlo di nuovo. Lo ha fatto la letteratura. Lo ha fatto il teatro. Lo ha fatto il cinema. E oggi lo fa ancora Christopher Nolan, che porta sul grande schermo The Odyssey, uno dei film più attesi degli ultimi anni.
La domanda, però, è un'altra.
Perché continuiamo ad aver bisogno di Ulisse?
1. L'Ulisse di Omero: la meta e la direzione
L'Ulisse di Omero non è l'eroe più forte. Non è Achille. È un uomo intelligente, curioso, paziente.
Sbaglia. Ha paura. Si lascia sedurre. Perde compagni. Ricomincia.
Ma c'è una cosa che non perde mai: la direzione.
Sa che vuole tornare a Itaca. E questa consapevolezza gli permette di attraversare Ciclopi, Sirene, Scilla e Cariddi, Circe e Calipso. Cambiano i mostri, non cambia la meta.
2. L'Ulisse di Dante: la sete di conoscenza
Molti secoli dopo, Dante prende Ulisse e lo trasforma. Non gli interessa più il ritorno. Il suo Ulisse riparte. Vuole conoscere. Vuole andare oltre i limiti dell'uomo.
"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza."
Non è più il viaggio verso casa. È il viaggio verso ciò che ancora non conosciamo.
3. L'Ulisse di Joyce: la tempesta interiore
Poi arriva James Joyce. Il mare scompare, e così le sirene. Il suo Ulisse cammina per una città.
Le tempeste diventano pensieri. Le paure sono interiori. Il viaggio non attraversa il Mediterraneo. Attraversa la coscienza di un uomo.
Per la prima volta capiamo che l'Odissea non è solo un'avventura. È una metafora della vita.
4. L'Ulisse di Nolan: la sfida del tempo
Ora tocca a Christopher Nolan. Non spoileriamo il film per chi non lo avesse visto. Sarà però un uomo fragile, costretto a confrontarsi con il tempo, con la memoria e con la propria identità.
Sarà certamente spettacolare. Ma, probabilmente, non sarà questo l'aspetto più interessante. Perché ogni regista, ogni scrittore cambia il modo di raccontare Ulisse. Nessuno cambia il significato del suo viaggio.
Se ci pensiamo bene, l'Odissea non parla del mare. Non parla dei mostri. Non parla nemmeno di Itaca. Parla di quello che succede fra la partenza e l'arrivo. Parla di come il viaggio cambi le persone.
Le nostre Odissee quotidiane
Per questo continuiamo a leggerla. Per questo continuiamo a raccontarla.
Perché, in fondo, tutti abbiamo vissuto almeno una volta una nostra Odissea:
C'è chi la vive quando finisce la scuola e deve scegliere l'università.
Chi quando cambia lavoro.
Chi quando decide di rimettersi a studiare a trent'anni o a cinquanta.
Chi quando scopre che il percorso scelto non lo rappresenta più.
I mostri di oggi
I nostri Ciclopi non hanno un occhio solo. Si chiamano paura di sbagliare, giudizio degli altri, aspettative della famiglia, confusione.
Le Sirene, oggi, sono i consigli di chi ci dice cosa dovremmo fare, senza conoscere davvero chi siamo.
Scilla e Cariddi sono le alternative che sembrano entrambe sbagliate.
E Itaca? Itaca è quella parte di noi che ancora non abbiamo raggiunto.
È per questo che esiste l'orientamento
Molti pensano che orientare significhi indicare una facoltà. Secondo noi è qualcosa di molto diverso. Orientare significa aiutare una persona a capire quale sia la propria Itaca.
Non possiamo eliminare il mare.Non possiamo promettere un viaggio senza tempeste.Non possiamo evitare gli ostacoli. Possiamo, però, aiutare qualcuno a non navigare senza una rotta.
Perché il problema non è attraversare il mare. Il problema è attraversarlo senza sapere dove si vuole arrivare.
Conclusione
Ogni epoca ha avuto il suo Ulisse. Ogni regista continuerà a raccontarlo in modo diverso. Ma il viaggio resterà sempre lo stesso. Quello che porta una persona da ciò che è... a ciò che può diventare.
E forse è proprio questo il significato più profondo dell'orientamento. Non indicare una strada qualsiasi. Ma aiutare ciascuno a trovare la propria.
